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Da  Teatralità di Verezzi  di  Gina Lagorio

“Verezzi, isola dei poeti e degli innamorati, è diventata Verezzi spazio teatrale.
So bene che niente è solo casuale, che senza la passione di pochi, ostinati a credere che vivere non sia solo campare, senza il loro abbandonarsi alle sirene della scena, senza il coraggio di progetti generosi e ai più apparsi al primo momento insensati, senza la pazienza per persuadere i riottosi — che vanno dai sordi agli scettici ai pigri — senza questa costanza e generosità, Verezzi non sarebbe diventata quel che oggi è, un luogo per chi ama il teatro e ama sentirne risuonare le parole che hanno eco lunga nella memoria quando echeggiano in ambiti naturalmente felici e numinosamente, sembra, predisposti perché l’evento teatrale si compia.(…)
Questa vocazione teatrale di Verezzi è antica: sono certa — ma non ho studiato documenti né so se ne esistano ancora — che la pietà cristiana si espresse nel sagrato davanti a Sant’Agostino, oltre che nei canti e nelle preghiere di chiesa, in sacre rappresentazioni.
Allo stesso modo i teatri, così numerosi in Grecia in Italia e là dove Roma è arrivata, sono stati sempre una forma di comunione sociale: dove una piazza radunava la gente, là il teatro spontaneamente nasceva, finché qualcuno gli dava struttura architettonica per farlo più saldo e capace. Passare dalla chiesa al sagrato è stato altrettanto naturale, l’assemblea religiosa è diventata laica, e le nostre città nate intorno a una piazza prospicente a un tempio hanno avuto il luogo giusto dove conoscersi e conoscere. I campielli che Goldoni ha celebrato non hanno altro senso teatrale che questo e là dove come a Verezzi gli uomini si radunavano a difesa e in preghiera, la piazza ha coinciso con il sagrato, il sagrato con la scena.
Le torri saracene, il mulino fenicio sono lì, come le chiesette medievali — di Sant’Agostino e di San Martino — a dire il passaggio della storia: verticali sul mare, sotto il libero cielo.
Credo che la vocazione teatrale di Verezzi sia in questo coesistere di bellezza naturale, di civile convivere e di pietà religiosa.
Nell’armonia del luogo, nato dalla sedimentazione di tanti eventi e desideri progetti e sogni, la poesia respira e si è fatta parola teatrale, un altro umano modo di darle ampiezza nello spazio e in un tempo senza tempo. Verezzi trae di qui, da questa congiunzione di natura storia e poesia, la sua suggestione di palcoscenico proteso verso l’azzurro: l’evento teatrale qui si colora di mille impalpabili trasalimenti — colori umori passato presente — e si comunica nella maniera che ogni volta cattura come una grazia aggiunta: aspro e roccioso il borgo medievale nel suo presentarsi severo e perentorio è capace, nel farsi teatro per la gente, di un’estrema dolcezza domestica, muro di casa, pieve del passato: la parola teatrale diviene qui anche “l’umana brezza” che un altro poeta ligure, Angelo Barile che Verezzi amava, riconobbe come la sola misericordia concessa all’asperità del vivere. Per questo il rapporto tra gli attori e il pubblico a Verezzi è così naturale e caldo: il dialogo avviene attraverso la parola mediata del teatro, ma è accolto dalla gente come un discorso fluente nella musicale misura verezzina: fra attori e spettatori inscindibilmente fusi, le parole dell’evento teatrale s’incidono nel momento e restano durature nella memoria.
E poi ci sono i giorni del lavoro, dell’allestimento, delle prove: per le viuzze e i saliscendi del paese, regista attori costumisti tecnici si aggirano come in un cantiere familiare. La gente li segue, li osserva, li interpella. Dopo ogni spettacolo i rapporti che si sono instaurati sono tra amici, e il congedo non è mai un addio senza ritorno. Quanti sono gli attori che lasciano Verezzi senza desiderare e proporsi di tornarvi? Per una vacanza, per mangiare i buoni cibi di Liguria che qui hanno ancora sapori antichi e, perché no? se la fortuna sarà propizia e l’arte generosa, per ricevere la statuetta ambita del Premio Veretium.
Così, a poco a poco, a Verezzi quello del teatro è diventato un appuntamento per un pubblico speciale avvezzo all’invito della parola che risuona alta nel silenzio della notte: attori registi scrittori critici villeggianti e locali, un pubblico fedele si riconosce e si saluta, come gli affiliati di una setta pacifica e un po’ bizzarra, che si incontra a Verezzi per celebrare insieme la vecchia appassionante favola teatrale, una delle poche che resistono in una società tutta percorsa dalle arroganze della tecnica e sempre più sorda alle seduzioni di ciò che non è utile né funzionale, prona ai riti degli stadi e dei “media”. E le estati a poco a poco diventano per molti un personale album di ricordi dove la discesa agli inferi sulle orme di Dante dentro la Cava dei fossili o la splendida retorica dannunziana risuonante tra massi e arbusti sul fianco della montagna, o il pianto di Elettra e i furori di Creonte tra le case intorno a Sant’Agostino si affiancano alla memoria degli incontri delle nascite della felicità del disincanto: l’estate che nacque la bambina si recitava Antonio e Cleopatra, quando ci salutammo l’ultima volta avevo presentito l’addio nelle parole del Principe di Tiro, e la sera della Bisbetica fu anche quella dell’amore ritrovato.
Incanto di Verezzi, dove è difficile distinguere l’arte dalla vita, il privato dalla corale celebrazione dell’avventura scenica”.

(tratto da ‘La scena, le stelle. 25 anni di teatro a Borgio Verezzi’,
a cura di Mauro Manciotti, edizioni Costa & Nolan, Genova, 1991)

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